
La trama è semplice: avete presente le lotte clandestine tra i cani? Bene, ai cani sostituite gli esseri umani, e il gioco è fatto. Uno contro uno, finché uno dei due muore. Questo è il terribile mondo in cui si ritrova catapultato Davide, rapito e strappato alla sua vita di normale adolescente mentre festeggia in discoteca il suo sedicesimo compleanno. Un mondo fatto di altri "cani" come lui con i quali si stabiliscono rapporti di odio o di profonda amicizia, ma un mondo fatto anche, inevitabilmente, di "padroni" che addestrano i loro cani, che organizzano incontri, giri di scommesse e altro ancora (non oserei mai anticiparvi troppo della storia).
Chiaro fin qui, no? Il fatto però è che tutto questo è solo il contesto, un pretesto per raccontare la VERA storia, per descrivere la quale non mi vengono in mente parole migliori di quelle usate dall'autrice stessa: "un incontro tra due solitudini", quella di Davide, obbligata dal mondo senza via di fuga in cui si ritrova, e quella del suo rapitore, Minuto, 60 anni suonati da un pezzo, solitudine vera, causata dalla voragine della noia, che piano piano inghiotte tutto, sempre tutto, ogni violenza, ogni diversivo estremo, ogni carta giocata per cercare di dare un minimo di entusiasmo alla vita. Insomma, solitudine vera.
Questo incontro tra solitudini ricalca una storia d'amore, un rapporto fraterno, un rapporto padre-figlio, un rapporto cane-padrone (sì certo anche quella tra cane e padrone è una storia d'amore) e porta dritta come un treno all' unica, inevitabile, vera e bellissima conclusione possibile, che però non immagini neanche lontanamente fino a una pagina dalla fine.
E dopo la fine? Dopo la fine inizia la riflessione. Riflessione che ruota attorno ad un quesito, presente per tutta la durata del romanzo del romanzo: abbiamo qualcosa di innato, che ci contraddistingue da quando siamo nati e che ci rende unici, oppure siamo solamente dei "cani", soggetti a quello che ci succede nella nostra vita e ammaestrabili da un padrone? E la nostra volontà, le nostre decisioni, contano qualcosa? Insomma SIAMO qualcosa o DIVENTIAMO qualcosa? Per capire la risposta che Paola Barbato dà a questa domanda bisogna riflettere un bel po' di tempo, anche dopo la fine del libro.
Si è capito abbastanza che questo romanzo mi è piaciuto da matti? Mi è piaciuto perché non mi sono fermato alla superficie ma ho dovuto scavare un bel po' (e forse non ho ancora finito) per arrivare alla "morale", mi è piaciuto perché sono stato costretto a vedere la panoramica del racconto da prospettive diversissime tra loro, mi è piaciuto perché mi sono innamorato di alcuni personaggi che non dimenticherò facilmente, mi è piaciuto perché la penna dell'autrice mi ha sballottolato qua e la dove cazzo voleva lei, mi è piaciuto perché il tutto è raccontato in modo dannatamente vero, mi è piaciuto perché la scrittura è tagliente come solo la carta sa essere, mi è piaciuto perché non mi sono annoiato un attimo e non mi annoio tuttora a pensarci, mi è piaciuto perché potrei passare ore ed ore a scambiare opinioni con altri che l'hanno letto, e mi è piaciuto perché io adoro Paola Barbato...
Ma per parlare di lei mi servirebbe un altro post.
Chiaro fin qui, no? Il fatto però è che tutto questo è solo il contesto, un pretesto per raccontare la VERA storia, per descrivere la quale non mi vengono in mente parole migliori di quelle usate dall'autrice stessa: "un incontro tra due solitudini", quella di Davide, obbligata dal mondo senza via di fuga in cui si ritrova, e quella del suo rapitore, Minuto, 60 anni suonati da un pezzo, solitudine vera, causata dalla voragine della noia, che piano piano inghiotte tutto, sempre tutto, ogni violenza, ogni diversivo estremo, ogni carta giocata per cercare di dare un minimo di entusiasmo alla vita. Insomma, solitudine vera.
Questo incontro tra solitudini ricalca una storia d'amore, un rapporto fraterno, un rapporto padre-figlio, un rapporto cane-padrone (sì certo anche quella tra cane e padrone è una storia d'amore) e porta dritta come un treno all' unica, inevitabile, vera e bellissima conclusione possibile, che però non immagini neanche lontanamente fino a una pagina dalla fine.
E dopo la fine? Dopo la fine inizia la riflessione. Riflessione che ruota attorno ad un quesito, presente per tutta la durata del romanzo del romanzo: abbiamo qualcosa di innato, che ci contraddistingue da quando siamo nati e che ci rende unici, oppure siamo solamente dei "cani", soggetti a quello che ci succede nella nostra vita e ammaestrabili da un padrone? E la nostra volontà, le nostre decisioni, contano qualcosa? Insomma SIAMO qualcosa o DIVENTIAMO qualcosa? Per capire la risposta che Paola Barbato dà a questa domanda bisogna riflettere un bel po' di tempo, anche dopo la fine del libro.
Si è capito abbastanza che questo romanzo mi è piaciuto da matti? Mi è piaciuto perché non mi sono fermato alla superficie ma ho dovuto scavare un bel po' (e forse non ho ancora finito) per arrivare alla "morale", mi è piaciuto perché sono stato costretto a vedere la panoramica del racconto da prospettive diversissime tra loro, mi è piaciuto perché mi sono innamorato di alcuni personaggi che non dimenticherò facilmente, mi è piaciuto perché la penna dell'autrice mi ha sballottolato qua e la dove cazzo voleva lei, mi è piaciuto perché il tutto è raccontato in modo dannatamente vero, mi è piaciuto perché la scrittura è tagliente come solo la carta sa essere, mi è piaciuto perché non mi sono annoiato un attimo e non mi annoio tuttora a pensarci, mi è piaciuto perché potrei passare ore ed ore a scambiare opinioni con altri che l'hanno letto, e mi è piaciuto perché io adoro Paola Barbato...
Ma per parlare di lei mi servirebbe un altro post.
1 commenti:
A me capitano tra le mani solo libri che fanno riflettere e che ti fanno scavare oltre la superficie e l'apparenza... per cui ti capisco! Credo siano anche quelli veramente più stimolanti.. Ma questa Paola Barbato non l'avevo mai sperimentata.. Magari la metterò in lista tra i vari libri da leggere..
Bella recensione Sté :)
Un bacio
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